C’era una volta Woodstock


di Lucia Di Mauro

Napoli, 22 gennaio 2019

E’ il ’68. L’età media è di 21 anni. Non esiste il 4G, i social, il web. La nuova generazione che si affaccia alla vita è numericamente superiore alla vecchia, che ha vissuto e voluto la guerra. I valori di patria, famiglia, Dio hanno portato alla tragedia della violenza e non vengono più riconosciuti come tali. “Fate l’amore non la guerra” si grida nelle università e nelle piazze, sintetizzando in una frase l’idea di una rivoluzione totale che comprenda la società ed anche il privato di tutti e tutti sono d’accordo: intellettuali, studenti, operai, casalinghe, proprio tutti!

E’ la rivoluzione, è il cambiamento che si fa strada, non sulle vie telematiche, ma nelle assemblee del popolo, nei libri e soprattutto nella musica. La musica è il principale veicolo della rivoluzione; da woodstock ai grandi cantautori, la musica diventa potere.

Nascono dei veri e propri guru del cambiamento (si direbbe oggi), sembrano intellettuali ma non lo sono, però sono capaci di interpretare con i testi (forse più che con le note) la propria epoca.

Il tempo è passato, quei giovani hanno portato il cambiamento che, però, è diventato potere equelle idee di libertà oggi, negando se stesse , sono incapaci di comprendere ed esprimere il nuovo del sociale.

“La mia generazione ha perso” – canta Gaber. Si ha perso, ha perso non perchè non ha saputo realizzare l’ideale ma perché ha fatto diventare quell’ideale uno status immobile, indiscutibile, grondante di snobismo, in cui la solidarietà diventa buonismo in mano a chi comanda, la cui intellighenzia (intellettuale televisivo di turno) ha la presunzione di fare opinione (senza sapere che gli intellettuali veri fanno opinione, si, ma dopo 30 anni dalla loro morte) con arroganza, soprattutto quando pensa di non riuscirci (Ricordo la frase di una famosa giornalista il cui senso era: ”Se non riusciamo ad orientare la gente al voto che ci stiamo a fare?”)

Si, ha perso perché quelle idee di cambiamento sono oggi immobili e distruttive, come i ragazzi del ’68 ritenevano fossero quelle dei loro padri ed essi stessi ne sono l’incarnazione polverosa.

Dallo schermo un ottantenne scimmiotta il tempo della sua generazione e non sa che non esiste più.

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