Bollettino napoletano. I cinesi e la Chiesa della Sacra Famiglia (di G. Mezzabarba)


Mai come in questi anni, tutti abbiamo notato tanti Cinesi vivere a Napoli. Come tutti sentiamo, in questi giorni, la mancanza di tanti negozi gestiti da Cinesi, chiusi, come tutti gli altri. Antica è infatti la presenza dei Cinesi a Napoli, e ad essi sono anche dedicati vari nomi di strade. Fra i tanti nomi delle strade e delle piazze di Napoli, e in genere nella toponomastica dell’ex capitale del Regno delle Due Sicilie , non mancano, del resto, sia quelli di altre città, italiane -e sono le più diffuse- o straniere, sia quelli di altri popoli. Nei pressi del porto esiste tuttora una Piazza Francese, come, a qualche chilometro di distanza, il Ponte dei Francesi, e in questo stesso comprensorio avevano sede i fondaci, vale a dire i depositi delle merci dei mercanti, italiani (che si riecheggiano nella Loggia di Pisa, o nella Loggia di Genova), o forestieri.  Nei pressi della Rua Catalana si trovava il vicoletto Malpertugio, oggi scomparso, ma celebre per essere stato al centro, nel Decamerone, della novella di Andreuccio da Perugia; del pari, via Toledo è legata alla dominazione spagnola, al pari dei Quartieri che si dicono tout court “Spagnoli”.

Molti ignorano tuttavia che in una traversa della strada che porta a Capodimonte, e precisamente a una cinquantina di metri dall’attuale Ponte della Sanità, esiste sulla destra una piccola frazione della toponomastica cittadina dedicata ai Cinesi (vico, gradini, salita e vicoletto). Ma che cosa avevano a che fare i Cinesi con Napoli per essere ricordati in questo luogo?

La risposta ci riconduce a poco meno di trecento anni fa, ed in particolare ad un sacerdote, nativo di Eboli, ma quasi sempre vissuto a Napoli, Matteo Ripa. Costui, dopo essere tornato nel 1723 dalla Cina, dove aveva esercitato il suo ministero missionario per tredici anni, decise di fondare appunto in questa zona della città una sua Congregazione, acquistando un edificio e un orto appartenenti ai monaci Olivetani. A questa Congregazione, che prese il nome di Sacra Famiglia di Gesù Cristo, alla quale avrebbe dovuto essere annesso un Collegio dove si sarebbero formati come futuri missionari dei giovani nativi della Cina. Costoro, una volta completata la loro istruzione e preso gli ordini sacri, sarebbero partiti per il loro paese d’origine, dove potevano mimetizzarsi fra i loro connazionali certamente meglio dei sacerdoti europei, dal momento che nel Celeste Impero i missionari non cinesi, facilmente individuabili, erano soggetti a periodiche persecuzioni.

Il progetto del Ripa dovette superare non poche difficoltà prima di andare in porto. Alla fine degli Anni Venti del Settecento, quando egli iniziò a mobilitarsi per ottenere i vari permessi, dallo Stato e dalla Chiesa, per la sua vagheggiata fondazione, Napoli era ancora sotto il dominio austriaco, e vi sarebbe rimasta fino al 1734, allorché Carlo di Borbone inaugurò di nuovo una dinastia indipendente, ponendo fine ai due Viceregni, quello spagnolo e quello austriaco, che si erano succeduti dopo il crollo della monarchia di origine aragonese del regno di Napoli avvenuto sulla soglia del Cinquecento.

La pratica burocratica per il riconoscimento della nuova Congregazione si trascinò per parecchi anni, rischiando di arenarsi tra i vari uffici di Vienna, Napoli e Roma. Il progetto era infatti osteggiato non solo dai funzionari preposti, che temevano che sulle casse dello Stato avrebbe sicuramente gravato finanziariamente una ennesima congregazione tra le tante che ospitava la città, ma anche da Roma, per la stessa ragione e per un comprensibile sentimento di diffidenza nei confronti di quello che si prefigurava un inutile doppione della Congregazione romana di Propaganda Fide, che aveva già a Piazza di Spagna un proprio Collegio pontificio nel quale preparare i futuri missionari.

Matteo Ripa tuttavia era ben determinato a portare a termine il suo progetto, e alla fine, avvalendosi di appoggi, raccomandazioni e entrature varie, riuscì nel suo intento. Nel 1732 ottenne l’agognata, definitiva approvazione papale, per quanto già da alcuni anni il Collegio avesse cominciato a funzionare in sordina, perché i primi giovani che Matteo Ripa aveva condotto con sé quando era rientrato dalla Cina avevano pur bisogno di una sede dove vivere e essere educati. Nelle sue mura, accanto ai Cinesi, in qualità di convittori paganti, avevano trovato ricetto nei primi anni tra gli altri Alfonso Maria de’ Liguori e Gennaro Maria Sarnelli, entrambi poi allontanatisi non senza polemiche per dissidi insanabili con il dispotico e accentratore fondatore che pretendeva obbedienza assoluta, quasi come gli odiati (da lui) gesuiti del perinde ac cadaver.

A quell’epoca in quella zona, che era conosciuta come la Montagnola, non esisteva ancora il Ponte della Sanità, ma una strada impervia extra moenia che conduceva alla collina di Capodimonte, ed era stata scelta dal Ripa perché non era lontana dal centro della città, e l’aria era salubre.

Attualmente del vecchio complesso è rimasta solo la chiesetta annessa all’edificio che ospitava Collegiali e Congregati, che è stato ristrutturato e adibito a ospedale già a inizio Novecento.

A seguito dell’incameramento dei beni ecclesiastici successivo all’unità d’Italia, la fondazione del Ripa, mutando pelle, sfuggì alla confisca. Il vecchio istituto aveva nel corso della sua esistenza acquisito sempre maggiore prestigio, sfornando non solo missionari, ma anche interpreti delle varie lingue orientali, e si era dunque a ragione accreditato come un serio istituto linguistico dove trovavano posto non solo Cinesi, ma anche soggetti provenienti dai Balcani, dal mondo arabo, e dall’Oriente in genere.  Di conseguenza, le autorità del nuovo Stato ritennero che sarebbe stato più utile lasciarlo in vita, ora che l’Italia unita vagheggiava anch’essa un destino coloniale (la sconfitta di Adua non si profilava ancora all’orizzonte).

Col passar degli anni e attraverso successive trasformazioni, non solo giuridiche ma anche di sedi che non è il caso qui di ripercorrere, il vecchio Collegio dei Cinesi ha assunto la fisionomia di una università, e il suo nome è oggi Università di Napoli “L’Orientale”.

È facile dunque spiegarsi il perché di quei toponimi legati alla Cina. Fu naturale, per la popolazione che viveva nella zona e vedeva tanti giovani cinesi passare per le strade, le salite e i vicoli che conducevano al Collegio, designarli coi termini che ai Cinesi si richiamavano, e che poi hanno trovato posto oggi nella toponomastica cittadina, a ricordo di quel lontano passato quando non era inconsueto vedere Cinesi girare per quelle vie di Napoli.

(Fonte: https://www.farodiroma.it/bollettino-napoletano-i-cinesi-e-la-chiesa-della-sacra-famiglia/ )

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