A Bannera cu e Gigli

bandiera-cds A Bannera cu e Gigli

di Lucia Di Mauro

03 agosto 2016

Conoscete Aniello? Io si. Tutte le mattine, a passo veloce, gira l’angolo della “nostra” strada, per aprire il suo piccolo bazar: detersivi, make up e collant per donne. La mattina scorre lenta tra clienti un po’ invadenti e la polvere degli scaffali. Come d’abitudine, qui al sud, i negozi chiudono nel primo pomeriggio e poi a casa. Rosa cucina bene e il pranzetto quotidiano è sempre una piacevole sorpresa per Aniello, ormai da più di quarant’anni. Lui non ha mai smesso di volere bene a Rosa. Soltanto una volta, per qualche tempo, venne al negozio una signora, alta e con il seno in su. Aniello qualche pensiero cattivo lo fece, in verità, ma Rosa era così triste e lui non ci pensò più. Dopo pranzo arriva la telefonata di Nello, unico figlio di Rosa e Aniello. Nello è emigrato a Pordenone con tutta la sua famiglia: moglie ed un figlioletto soltanto, come da tradizione, Ferdinando, di 7 anni. Anche suo padre, da giovane e senza famiglia, si trasferì in Germania. Dopo due anni, però, ritornò , non per il freddo o la nostalgia, ma perché, una mattina, aprendo la finestra e non riconoscendo i luoghi della sera prima, capì di non appartenere a quelle terre. Finalmente echeggia nella stanza la suoneria del telefonino. Nello è un po’ in ritardo rispetto al solito orario. “Uè, papà, ciao” Il tono non è quello consueto, scanzonato ed irridente, ma chiuso, dimesso. Aniello capisce il malessere del figlio. “Ma che dè? Novità?” “Mah, chill, Ferdinando…..” “Si” “Dico, na malatia” “Qual malatia? “Genetica” Nello trema nella voce e piange. “Ma , papà, a medicina c’sta, in America. In Italia no, pecché nun conviene venderla. So troppo poch’ ‘e creature cu sta malatia e quindi troppo poc’’a gente ca s’accat a medicina” “Ce vulesse a legge, ma a legge nun ce sta”. Aniello non piange, non è abituato a piangere, solo gli sembra di risentire la voce del nipotino, quando alla fine delle vacanze estive, nel ripartire per tornare al nord, grida dal treno.:”Ciao, nonnooo. Conserva il gioco di Batman perché a Natale ci dobbiamo giocare insieme.” Aniello sente un dolore che somiglia ad una rabbia che non può esplodere. “Dove, vado? Che faccio?” pensa, gridando alla moglie: “Esco”. Cammina per le strade antiche di quel suo paesino di provincia, così lontano dal mondo, così lontano da dove si decide. In fondo al piccolo vicoletto che sta percorrendo qualcosa oscura il sole. Una bandiera. Gli è sempre piaciuta quella bandiera. “E’ artistica – diceva – Non come quell’altra”. In effetti La Bandiera sporge da un balcone a pianterreno di una piccola casina poco elevata. “Mario, si, Mario” – pensò Aniello. Mario, ormai, lotta da tutta una vita, lotta per un ideale, per la giustizia, per il suo popolo, Così dice. Si, a Mario si può chiedere di gridare con lui, al mondo, l’impotenza e la rabbia che scoppiano dentro. Così Mario e Aniello, insieme, portano il loro urlo a Roma davanti al grande palazzo, a Palermo, a Taranto, a Napoli, a Cosenza, a Milano, in Inghilterra,……. viaggiando senza sosta. Aniello, ora, ha deciso di smettere di fumare. I soldi delle sigarette gli occorrono per altro. Deve affittare un minuscolo locale, dove mettere un piccolo tavolo, due sedie e all’ingresso la grande bandiera di Mario. Verrà Gianni e Gianni con Aniello porteranno il loro grido ovunque: a Roma davanti al grande palazzo, a Palermo, a Taranto, a Napoli, a Cosenza, a Milano, in Inghilterra,……. viaggiando senza sosta. Così Gianni affitterà un minuscolo locale, dove mettere un piccolo tavolo, due sedie e all’ingresso la grande bandiera di Aniello. Da Gianni verrà Laura che insieme con Gianni porterà lo stesso urlo a Roma davanti al grande palazzo, a Palermo, a Taranto, a Napoli, a Cosenza, a Milano, in Inghilterra,……. viaggiando senza sosta. Laura affitterà un minuscolo locale, dove mettere un piccolo tavolo, due sedie e all’ingresso la grande bandiera di Gianni. E Marco e Franco e Lucia e Alessandro e Maria e Antonio e……….. L’Italia nera di bugie e rossa del sangue del mio popolo, brulica, ora, in ogni dove, di bandiere bianche con uno stemma al centro. Mi sveglio. Nel torrido pomeriggio di questo mese d’agosto sono sudata e ho avanti agli occhi, ancora, il rosso, il nero e il bianco del mio sogno. Cerco refrigerio sulla terrazza. Di lontano, in fondo alla via vedo un uomo e poi un altro, e ancora, dieci, cento, mille, milioni di uomini e donne che gridano:” La politica siamo noi. La politica è con il popolo”. Sulle spalle ognuno di loro regge una bandiera bianca con uno stemma al centro. “E’ artistica”, penso. Lucia Di Mauro

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